Ceneri

Le cose dell’arte cominciano spesso dove finiscono quelle della vita.
La vita comincia come una nascita, un’opera d’arte può cominciare nel segno della distruzione: regno delle ceneri, ricorso al lutto, ritorni di fantasmi, scommessa necessaria sull’assenza.”

Georges Didi-Huberman, sculture d’ombra aria polvere impronte fantasmi

L’immagine, questa cosa densa e toccante, perché è così importante? Perché alle immagini affidiamo i nostri pensieri, i nostri desideri, le nostre aspirazioni e le nostre paure. I volti, i colori, la sensazioni e gli stati d’animo sono immagini che portiamo dentro.
Ma sbaglieremmo a considerare le immagini come un duplicato tangibile delle cose e delle persone. Sono ricordi, impressioni, indizi e frammenti.
Sono residui che galleggiano nella zona incerta del non più e del non ancora. Le immagini, questi oggetti fisici e mentali, hanno il dono di sopravvivere alle cose e alle persone, diventandone i loro spettri e i loro fantasmi. Ceneri tiepide di fiamme che non bruciano più.

Andrea ha collezionato con i suoi scatti un catalogo di questi resti.
E come un negromante contemporaneo ha deciso di metterle in fila per invocarne l’anima, per percepirne la carne.

Immagine: cenere viva
Immagini, come tracce.
Tracce come ceneri.
“Chi è Cenere? Dov’è? Dove sta correndo a quest’ora?
Una persona scomparsa e una cosa che, a un tempo, ne serba e ne perde la traccia, la cenere.
La cenere è appunto questo: ciò che serba per non più nemmeno serbare, mentre il resto è affidato alla dissipazione”

“Non vi è cenere senza fuoco”
Jacques Derrida- Ciò che resta del fuoco

Di Giuseppe Santonocito

La nostalgia è una forma di combustione lenta: brucia senza fiamma, consuma senza fare rumore. È il sentimento che ci sorprende quando riconosciamo in un’immagine non ciò che è stato, ma ciò che non potrà più tornare. I luoghi della nostra felicità — cortili, stanze, margini di strada, pomeriggi d’estate — sopravvivono solo come schegge visive, come ombre che continuano a pulsare in un altrove interiore. In Ceneri questi luoghi non sono più scenografie del vissuto, ma reliquie: si presentano come spettri di se stessi, impregnati di un silenzio che pesa.

Ogni fotografia è un frammento che si ostina a resistere, un resto di mondo che conserva la temperatura emotiva di ciò che è scomparso. Eppure, questo sopravvivere non consola: è una promessa che resta sospesa, un ricordo che non smette di dissolversi mentre lo guardiamo. Le immagini sono soglie crepuscolari dove la presenza e l’assenza si toccano senza coincidere mai. Guardarle significa sostare in quell’intervallo dove il passato non è più vivo, ma non è nemmeno morto del tutto.

Ceneri è un archivio di attese: oggetti abbandonati, stanze vuote, paesaggi che sembrano trattenere il fiato. Ogni scatto è un eco, una vibrazione residua di qualcosa che un tempo era pieno, abitato, caldo. La loro oscurità non è una scelta estetica, ma un linguaggio: il modo in cui il ricordo parla quando non trova le parole. Nel buio, ciò che resta prende forma; nella penombra si avverte la presenza di ciò che manca.

Così la fotografia diventa una pratica di evocazione. Non restituisce ciò che è perduto — lo convoca. Non illumina — sussurra. Non ricostruisce — sfiora. Le immagini di Ceneri sembrano dirci che la memoria non è un luogo a cui si torna, ma una ferita che si visita. Una soglia dove l’occhio diventa pelle e sente il bruciore lieve del tempo.

Perché ciò che nostalgia trattiene non è il passato, ma la sua ombra. E nelle ombre — nelle loro pieghe scure, nelle loro dissolvenze — troviamo le ceneri calde delle vite che abbiamo attraversato e che ancora ci abitano.