Enrico

Questi ritratti sono nati in un tempo fragile.
Un tempo in cui l’amore aveva appena cambiato forma, lasciando dietro di sé un’assenza densa, difficile da nominare. Nel 2018 ho fotografato Enrico poco dopo una separazione, quando il corpo trattiene ancora ciò che la parola non riesce a dire. Le immagini sono cupe, sottoesposte, attraversate da una luce verticale che scende dall’alto come una presenza interrogante. Un unico flash zenitale, come un dialogo silenzioso con qualcosa che non si vede, ma che pesa.

La luce non consola, non addolcisce. Scava.
Illumina il volto come se fosse rivolto a un altrove, a una dimensione altra in cui il dolore non è solo perdita, ma passaggio. In questi ritratti l’amore non è raccontato attraverso ciò che resta, ma attraverso ciò che manca. L’assenza diventa materia, spazio, respiro interrotto. Eppure, proprio lì, qualcosa resiste.

Ritrarre Enrico in questo momento è stato un atto di vicinanza e di fiducia. Un gesto che non cerca di salvare, ma di stare. Di attraversare insieme una notte sapendo che non è definitiva. Il ritratto, quando nasce nella difficoltà, può diventare una soglia: non fissa il dolore, lo accompagna mentre si trasforma. È un sacrificio lento, necessario, che un giorno permetterà di lasciare andare.

“Prendi la tua tristezza in mano e soffiala nel fiume,
vesti di foglie il tuo dolore e coprilo di piume.”

Questa frase risuona come un invito sommesso, un canto che attraversa le immagini. Non cancellare la sofferenza, ma renderla leggera abbastanza da poterla affidare al tempo, alla natura, alla vita che continua. Questi ritratti parlano di un amore che si è spezzato, ma anche di un altro noi, futuro, ancora invisibile, che saprà liberarsi del peso passato. Un noi che, attraversato il buio, tornerà a respirare.