Ritrarre Hagit Pincovici significa accettare che il centro dell’immagine non sia mai del tutto fermo. Hagit non ama essere protagonista, e forse è proprio per questo che la sua presenza si percepisce ovunque: nei colori, nei materiali, negli oggetti che abitano lo spazio più di quanto lo faccia il corpo. Fotografarla è un esercizio di inseguimento gentile.
Le immagini sono state realizzate nella sua casa milanese, un luogo che riflette perfettamente il suo universo creativo: stratificato, vibrante, in continuo dialogo tra rigore e gioco. Il colore non è mai un ornamento, ma una dichiarazione di libertà. La fotografia si muove dentro questo paesaggio domestico senza volerlo ordinare, lasciando che Hagit compaia e scompaia, come una figura in transito.
Designer e artista dalla creatività instancabile, Hagit attraversa mondi e geografie con la stessa naturalezza con cui attraversa i materiali. Dalla precisione geometrica delle sue prime opere a una ricerca sempre più legata alla natura, alle forme botaniche e ai paesaggi della sua terra d’origine, il suo lavoro è un continuo spostamento. Oggi tra Milano, New York e l’India, la sua pratica rimane in equilibrio tra sperimentazione e funzione, tra artigianato e intuizione.
Nei ritratti Hagit sembra spesso defilata, come se preferisse lasciare la scena alle cose: superfici, colori, dettagli. Eppure è proprio lì che emerge il suo estro, nel modo in cui lo spazio si organizza attorno a lei senza mai imprigionarla. Anche il cibo entra in questo racconto, con qualche immagine dell’ottimo israeliano che ho avuto la fortuna di assaggiare: un altro gesto creativo, quotidiano, condiviso.
Questi ritratti non cercano di raccontare chi è Hagit Pincovici, ma come si muove nel mondo. Un passo leggero, curioso, colorato. Sempre un po’ altrove.