Let’s Folk!
Cos’è il folklore se non l’iconografia delle radici, la trasposizione sul piano reale di storie, leggende, tramandate a voce, spinte avanti a memoria, impregnate di una ritualitá atavica che non sentiamo di appartenere ma che, inconsciamente, perpetriamo?
La periferia è il luogo del folklore: la tradizione è decentrata, fuori dai riflettori.
Lontano dalle masse, è dentro al popolo.
Le fiere di paese ricalcano ovunque lo stesso copione, con i loro tendoni lisi, le tavolate in serie, l’odore della carne al fuoco.
Il rituale collettivo si compie sulle piste da ballo; la musica esce forte dagli altoparlanti, e si riversa sgraziata sulle coppie che interpretano se stesse.
Let’s Folk: non “fenomeni da baraccone”, ma uomini e donne pregni di “umanità”.
L’intento documentaristico scioglie la propria rigiditá al fuoco di un romanticismo decadente, facendo fuoriuscire dal grottesco -di paesaggi, soggetti e scene – una bellezza scarnificata, lievemente sofferente, intensa.
Da Let’s Folk traspare una malinconia inconscia, non conosciuta per esperienza diretta, ma radicata sì profondamente (nello spettatore) da identificarsi con il background emozionale di chi guarda.
Di Giuseppe Santonocito
L’umanità che abita queste sagre è fatta di gesti semplici, antichi, che non chiedono attenzione ma che si lasciano osservare con la stessa delicatezza con cui si sfoglia un album di famiglia. Sono strette di mano, sorrisi storti, voci che si confondono tra il profumo del vino rosso e della polenta fumante. Sono vite normali che, per un attimo, si illuminano nella cornice di una festa che si ripete uguale e sempre diversa, come un respiro collettivo.
C’è una bellezza fragile nelle tradizioni che stanno scomparendo, un fascino che vive proprio nell’idea della loro precarietà. Questi rituali quotidiani, tramandati più per istinto che per volontà, diventano preziosi nel momento stesso in cui ci accorgiamo che potrebbero svanire. Le fiere, i balli, le processioni e le lotterie non sono soltanto usanze: sono il modo in cui una comunità si riconosce, il modo in cui si conferma viva.
E poi ci sono i luoghi: spazi minimi che nella notte della festa si trasformano in piccoli universi simbolici. Campi sterrati diventano piste da ballo; parcheggi si riempiono di luminarie tremolanti; capannoni industriali si fanno teatri spontanei. In questi scenari improvvisati aleggia una poesia sommessa, una malinconia che non nasce dal passato perduto ma dalla consapevolezza che ciò che vediamo esiste solo nel momento in cui accade.
Let’s Folk raccoglie tutto questo: l’anonimato fiero delle persone, la quieta dignità delle tradizioni semplici, la poesia nascosta nelle pieghe dei luoghi marginali. La fotografia non prova a glorificare né a giudicare: si limita a osservare, e nell’osservazione emerge un sentimento profondamente umano, quasi primordiale, che lega chi guarda a ciò che è ritratto. È un invito a riconoscersi nella fragile, sincera bellezza del popolo. È un atto di preservazione, un gesto d’amore verso ciò che resta.